sabato 1 ottobre 2016

Ricerche Genealogiche famiglia Marchegiani

Fin da bambino, ho nutrito una grande passione per la storia, l'arte, l'archeologia, una sete di conoscenza inesauribile. Mi ha sempre affascinato l'idea di una macchina del tempo, che mi permettesse di andare a ritroso nel tempo, di vedere che aspetto avessero i miei antenati, come andassero vestiti, che lavoro facessero, come si presentavano le zone dove oggi abito. In tutto questo, avevo rinchiuso nel cassetto il desiderio di redigere un giorno l'albero genealogico della mia famiglia. Mi chiedevo spesso, da profano, quando il cognome Marchegiani, sia stato utilizzato per la prima volta, o perchè quel mio lontano antenato fosse chiamato Marchegiani, che mestiere facesse, dove abitava, etc etc etc.
Un desiderio sopito, finchè nel 2015 mi sono deciso, ho cercato in internet notizie su come realizzare un albero genealogico, a chi rivolgermi e via discorrendo, ho anche letto un libro su come fare ricerche genealogiche. Inizialmente mi sono recato presso l'Ufficio Anagrafe del mio comune di residenza, dove ho potuto ricostruire un pò lo stato di famiglia completo fino a mio nonno e tutti i suoi fratelli. Successivamente ho iniziato a cercare nei registri parrocchiali, e qui sono iniziate un pò le difficoltà, nel senso che più si và indietro nel tempo, più la calligrafia diventa di difficile interpretazione, spesso vengono usate abbreviazioni, e termini in latino, che in una persona per niente esperta come me risultano a volte come un ostacolo insormontabile.
Ecco allora che mi sono rivolto a degli specialisti, e più precisamente all'Associazione Araldica e Genealogica Italiana di Roma. Ma contestualmente attraverso il sito americano www.familythreedna.com ho deciso di aderire al progetto genetico di mappatura del dna umano. Oggi l'albero genealogico è momentaneamente concluso, ma le mie ricerche proseguono a tentoni nella speranza di poter retrodatare ancor di più i miei antenati.
Ad oggi comunque le mie ricerche mi hanno portato a stabilire che l'antenato più antico documentato, è vissuto nella seconda metà del 1500, ed era originario di Staffolo in provincia di Ancona.
I primi passi della mia ricerca, si sono indirizzati però nel cercare di capire il significato del cognome Marchegiani, perchè il primo Marchegiani fu battezzato con questo cognome.
Grazie alle ricerche genealogiche, ho scoperto che il mio cognome anticamente non era Marchegiani, ma Del Marchigiano. Avevo sempre ritenuto che Marchegiani stesse a significare "individui provenienti dalle Marche", poi, avendo scoperto che il toponimo Marche, così come lo conosciamo oggi, si è cominciato ad usarlo solo a partire dal periodo napoleonico, mi sono domandato "ma come può il mio cognome derivare dal toponimo Marche, se questo nome non è nato prima del 1800 mentre l'uso dei cognomi è partito intorno all'anno 1000?
Quando nacquero i cognomi la nostra regione si chiamava Marca Anconetana e non Marche, pertanto il cognome Del Marchigiano ha sicuramente a che fare con la provenienza dalla Marca Anconetana. I cognomi infatti si dividono in diverse categorie :
  • Patronimici ovvero sono quei cognomi che hanno origine dal nome del padre o del nonno. Alcuni esempi di cognomi patronimici sono Di Pietro che significa figlio di Pietro, Di Giovanni ovvero figlio di Giovanni etc etc.
  • Geografici, o etnici o toponimici, ovvero quei cognomi che prendono origine da una località, e qui per esempio abbiamo Maceratesi ovvio il riferimento alla città di Macerata, Perugini che denota un legame con la città di Perugia etc etc
  • Cognomi che si ispirano ad arti e mestieri, e qui per esempio troviamo Calzolaio che è un chiaro riferimento al mestiere di Calzolaio, Fabbri  un chiaro riferimento al mestiere di Fabbro etc etc
  • Cognomi che fanno riferimento ad un difetto fisico, o una particolare caratteristica fisica o caratteriale, spesso correlati ad un soprannome divenuto poi cognome, e qui un classico esempio lo troviamo nel cognome Del Gobbo
  • Cognomi beneauguranti, o scaramantici, cognomi che esprimono per il nuovo nato un augurio, sono cognomi per lo più di origine medievale, per esempio Bonavantura, Crescimbeni etc, spesso questi cognomi venivano dati a bambini figli di ignoti
  • Cognomi che derivano da nomi classici o letterari come per esempio Ottaviani, Achilli, Virgili etc etc
Il cognome così come noi oggi lo intendiamo, nasce grosso modo, intorno all'anno 1000, probabilmente alcuni cognomi in alcune aree geografiche nascono prima, altri dopo, ma possiamo dare come dato di partenza grosso modo l'anno 1000. Nel tempo alcuni di questi cognomi si sono modificati, a volte per errori di trascrizione che poi sono rimasti per sempre, altre volte perchè in alcune specifiche aree geografiche, il dialetto locale ha portato ad una modifica del cognome, che nel tempo ha dato origine ad un cognome nuovo rispetto a quello originario.
Proprio in virtù di questo ultimo aspetto probabilmente il cognome della mia famiglia, oggi lo ritroviamo in diverse forme Marchegiani, Marcheggiani, Marchigiano, Marchegiano, Marchigiani, Marchesani, Marchiggiani, Marchiggiano, Marchesano etc etc.
Fatta questa precisazione iniziale che chiarisce un pò in che epoca nacquero, e quali tipi di cognomi esistono, torniamo al mio cognome.
La ricerca documentale, fatta per lo più al momento negli archivi parrocchiali, mi ha portato a risalire al più antico antenato al momento documentabile.
Ad oggi quindi, posso dire che il mio primo antenato, certo e conosciuto, si chiamava Giovanni Francesco Del Marchigiano, vissuto nella seconda metà del 1500 a Staffolo in provincia di Ancona, sappiamo inoltre che costui, ebbe in moglie una certa Violante, dalla quale ebbe almeno tre figli maschi documentati. Veniamo a conoscenza dell'esistenza di costui, non attraverso un suo certificato di morte, o di nascita o di matrimonio, infatti di lui non conosciamo ne la data di nascita nè quella di morte, ma bensì attraverso i tre atti di nascita dei suoi tre figli, dove egli unitamente alla di lui moglie viene citato. E' proprio attraverso questi tre certificati di nascita che possiamo affermare che Giovanni Francesco Del Marchigiano sia vissuto certamente a Staffolo nella seconda metà del 1500, e possiamo ipotizzare la sua nascita tra il 1545 ed il 1555.
Infatti Giovanni Francesco Del Marchigiano e Violante, il 20/9/1575 mettono al mondo il loro primogenito "Matteo" il quale purtroppo muore poco dopo e più precisamente il 10/11/1575. 
Successivamente il 18/04/1587 la coppia mette al mondo il secondogenito Alessandro il quale muore il 05/08/1612, sempre a Staffolo. Da costui discende la mia famiglia.
Infine dai documenti apprendiamo sempre che Giovanni Francesco e Violante mettono al mondo il terzogenito e forse ultimo figlio, Giovanni Domenico in data 03/12/1590, la nascita di costui avviene sempre a Staffolo, ma non conosciamo la data della sua morte, ne se egli si sia sposato ed abbia avuto figli.
Analizzando i dati di queste 3 nascite vediamo che esse coprono un arco temporale pari a 15 anni. Fermo restando che nessun limite vi è nei confronti di madre natura, proviamo a ragionare in termini di buon senso e di statistica scientifica. Stiamo parlando della seconda metà del 1500, un epoca in cui la mortalità infantile era molto elevata, la scienza in campo ginecologico e pediatrico ancora era inesistente, per cui siamo portati a pensare che la coppia Giovanni Francesco/Violante abbia procreato in una fase fertile della loro vita. In questo caso tutto può essere plausibile e può essere plausibile il contrario di tutto. Giovanni Francesco e Violante potrebbero aver messo al mondo il primogenito Matteo, quando il padre aveva 20 anni e la madre magari 19? Questo significherebbe che Giovanni Francesco se nel 1575 aveva 20 anni, era nato nel 1555. Significherebbe anche che l'ultimo figlio Giovanni Domenico lo avrebbe messo al mondo quando aveva 35 anni. Ipotesi perfettamente possibile, l'età di 20/35 anni per lui e 19/34 per la di lui moglie è un dato che ci stà tutto. Ma potrebbe anche essere che lui avesse avuto 25 anni quando ha messo al mondo il primogenito, cosa questa che fà spostare in avanti la lancetta della procreazione del terzogenito a 40 anni per il padre. Aver avuto 25 anni significa essere nato nel 1550. Quindi se possiamo ragionevolmente ipotizzare un età anagrafica potenzialmente capace di procreare tra i 20 ed i 45 anni per Giovanni Francesco, significa che il primogenito al massimo è stato messo al mondo quando costui aveva 30 anni, mentre il terzogenito quando Giovanni Francesco aveva 45 anni, per cui l'attuale mio capostipite potrebbe essere nato in un arco di tempo che và dal 1545 al 1555. Giovanni Francesco viveva a Staffolo in provincia di Ancona, si sposò, non sappiamo quando con Violante, mise al mondo almeno 3 figli di cui uno morì  a pochi mesi dalla nascita a Staffolo, e di cognome faceva Del Marchigiano. Poche notizie ma dalle quali possiamo estrapolare alcune ipotesi sull'origine del cognome e della famiglia. Intanto potrebbe essere, visto il doppio nome che suo padre o suo nonno si chiamassero uno Giovanni e l'altro Francesco, vista l'usanza di ripetere i nomi di nonno in nipote se non addirittura di padre in figlio. Poi il fatto che nei registri parrocchiali non sono stati individuati nè il certificato di nascita, nè quello di matrimonio, nè quello di morte di Giovanni Francesco, potrebbe stare ad indicare che Giovanni Francesco sia nato non in quel di Staffolo e neppure si sia sposato in questa cittadina della Marca Anconetana, dove una volta sposatosi sarebbe giunto. Ma è solo un ipotesi ovviamente. Dalla ricostruzione genealogica, possiamo vedere che la famiglia Del Marchigiano poi divenuta Marchegiani, sia migrata nei secoli, partendo da Staffolo nel 1500, è poi transitata nel comune di Filottrano, per poi approdare nel comune di Cingoli dove tutt'ora vivono e risiedono il maggior numero di Marchegiani. In sostanza una permanenza di circa 5 secoli nella Marca Anconetana, cosa questa che ci conferma il legame dell'origine del cognome con questa terra. Ma ad un occhio critico, non passa inosservato un particolare. Proviamo a chiudere gli occhi per un momento, liberiamo la nostra mente dai condizionamenti dell'epoca moderna, respiriamo profondamente, poi incominciamo a galoppare indietro nel tempo, nei secoli fino all'anno 1000. Veniamo per incanto catapultati in una campagna medievale, in un piccolo borgo o in una piccola abitazione di contadini, un bel giorno dopo ore di travaglio viene al mondo un infante di sesso mascolino, in una stanza illuminata da candele dalla luce fioca, una stanza dove si mischiano l'odore di cucinato, una cucina povera, il fumo del camino, l'odore del fieno e degli animali da cortile. Una famiglia di contadini, umile, assiste alla nascita di un bambino. L'indomani si rende necessario andare a registrare questo neonato in parrocchia, si rende necessario il battesimo, ci si reca nella canonica dove il parroco, nel registrare il bambino, pone la domanda ai testimoni, di chi è figlio l'infante? Qualcuno risponde di "quel Marchigiano" oppure "del Marchigiano" oppure di Domenico o Giuseppe o Francesco, il Marchigiano. E rendendosi necessario registrare il cognome, in assenza di altre indicazioni il prete o l'ufficiale preposto alla registrazione, battezza o iscrive nei registri il bambino con il cognome Del Marchigiano così come gli è stato presentato.
Quanto sopra potrebbe essere sommariamente l'evento così come si è verificato intorno al sec XI, giustificherebbe l'appellativo Del Marchigiano, ovvero figlio del Marchigiano di colui che risiede o proviene dalla Marca Anconetana.
Ma la domanda che mi sono posto quasi subito è stata la seguente :
se tutti quelli che nascevano nella Marca d'Ancona seguivano lo stesso principio, nelle Marche dovevano essere tutti Marchegiani o Del Marchigiano, infatti il mio primo antenato non è certo l'unico ad essere nato nella Marca e quindi non l'unico a dover essere individuato con questo cognome, e allora se tutti o quasi tutti i nativi della Marca venivano appellati Marchegiani o Marchegiano, oggi avremmo una pluralità di omonimi nemmeno lontanamente imparentati tra loro. Questo significherebbe che il mio cognome non è distintivo di una famiglia in maniera univoca, ma è un cognome molto generico, poco distintivo, che veniva elargito in maniera molto generosa a quella parte di popolazione di scarsa rilevanza sociale ed economica. 
Ecco allora che esce fuori un altra spiegazione, che analizzata per bene non è affatto assurda.
Se partiamo dal presupposto che i cognomi nascono dall'esigenza di contraddistinguere un individuo rispetto ad un altro, un ceppo familiare da un altro, non ha senso che tutti i nativi di una località a prescindere dall'imparentamento o meno, assumessero lo stesso cognome. Il cognome doveva distinguere, doveva identificare chiaramente una famiglia. Che senso avrebbe avuto chiamare Marchigiano un residente nella Marca d'Ancona? Perchè lui e non altri? A meno che nel momento in cui nasce questo infante di 1000 anni fà circa, lui e la sua famiglia si trovassero in un luogo diverso dalla Marca Anconetana, un luogo dove chiamare "figlio Del Marchigiano" un neonato significava puntare il dito contro una persona ben precisa che non si confondeva nella massa. E questo poteva avvenire solo se questo bambino nasceva per esempio in un paese o città esterni alla Marca Anconetana, per esempio Orvieto, Assisi, Perugia, Roma, Pescara, Rimini etc etc. In questo caso, in un luogo dove per esempio, il grosso del popolo era rappresentato da Orvietani, rispondere al prete o all'ufficiale preposti al registro delle nascite, l'infante è figlio Del Marchigiano significava indicare una persona che diversamente dalla massa, risiedeva si ad Orvieto ma era di origini chiaramente Marchigiane.
Stante quindi questa ipotesi, è molto probabile che il nostro capostipite medievale, fosse figlio di un marchigiano che per un qualche motivo (lavoro, guerra etc) si era trasferito in un altra località confinante, e quindi chiamarlo marchigiano significava indicare uno dei pochissimi provenienti dalla Marca d'Ancona in mezzo a tantissimi Orvietani, non si sarebbe confuso nella massa di sicuro. Non ha senso appellare una persona come Marchigiana in mezzo ai Marchigiani, ha senso invece chiamarla tale in una terra straniera. Ecco quindi che si apre una nuova strada, ovvero che in un certo periodo storico la nostra famiglia o parte di essa risiedesse fuori dalla Marca d'Ancona, luogo dove poi è rientrata successivamente.
Navigando in internet successivamente mi sono imbattuto in due pubblicazioni che avvalorano questa tesi della momentanea migrazione fuori della Marca dei miei Antenati.
  1. Istoria genealogica delle famiglie nobili toscane, et vmbre ..., Volume 2

  2. Memorie istoriche della chiesa e conventu di S. Maria in Araceli di Roma

Nel primo volume, abbiamo notizia di un certo cavaliere Maso del Marchigiano, ovvero Tommaso Del Marchigiano, che redigendo il suo testamento nell'anno 1407, dà disposizione di essere seppellito all'interno della Basilica dell'Ara Coeli a Roma. Nel volume si cita quanto segue : E perchè questo ramo del Cavaliere è veramente Orsino, dirò quanto sò. Di questo per stipite non si ha più antico personaggio che un Tommaso, o vero Maso, il quale come si raccoglie dal suo testamento morì l'anno 1407 chiamandosi il Cavalier Maso Del Marchigiano; è ben vero, che per necessità bisogna dire, che fosse di nobilissima prosapia, si perchè si trova, che Giovanna sua madre era figliuola d'un altra Giovanna sorella di Francescone de Conti dell'Anguillara, si ancora perchè si trova Signore del Castello di Cornazzano, oggi ridotto in tenuta; e finalmente, perchè una delle tre mogli, che lui ebbe, era di casa Orsina chiamata Maria di Giovanni di Licenza, e con il cognome del Cavaliere Del Marchigiano si chiamarono sempre...., fino a che un certo Tomasolo, donde proviene la linea del Cardinale Iacopo di Sant'Eustachio, creato da Papa Urbano VIII e un altro Tommaso dal quale descende il ramo di quello, che è vescovo di Sulmona figliuolo di Domenico, e i nostri Orsini lasciando il cognome Del Marchigiano si cominciarono a chiamare semplicemente Del Cavaliere.
Aggiungendo, che del primo Maso Del Marchigiano fu cominciata nella Chiesa di Santa Maria d'Ara Coeli in Roma la Cappella per la sua descendenza, in onore di San Gregorio Magno nella quale avendo lasciato in detto testamento per il vino per le Messe da celebrare in quella, una vigna di sette pezze, ordinò, che i Ministri di detta Chiesa, ne restassero privi, quando non avessero voluto relassare, i cavalli bardati, che s'avevano da menare nella pompa funebre da farsi nel condursi il suo corpo alla sepoltura.Il tutto si cava dall'albero di esso, che si trova in potere degli eredi di Giulio Bonaventura, e dal testamento del predetto Tommaso fatto a 2 di luglio del 1407 nell'indiz 15 del pontificato di Papa Gregorio XII dal notaio Pietro Paolo Montanari; gli Orsini di questo ramo fanno il Cane bianco con il vezzo rosso, e sopra la Rosa; e quegli altri vi fanno l'Aquila in vece della Rosa.
Orbene l'unica cosa certa in questo caso è che questo Maso o Tommaso morto nel 1407 ovvero circa 140/150 anni prima del mio capostipite al momento documentato ovvero Giovanni Francesco, abbia in comune con quest'ultimo il cognome Del Marchigiano. La domanda che sorge spontanea è, se i due siano imparentati, se il primo fosse antenato del secondo, diretto o collaterale etc etc etc. Oppure in ultima ipotesi se tra i due non ci fosse alcun collegamento.
Certamente il fatto che nel Lazio, esistesse un Del Marchigiano tra il 1300 ed i primi del 1400 potrebbe avvalorare la tesi sulla nascita del cognome Del Marchigiano in terra straniera (chiamiamola così).
Nel secondo volume invece leggiamo quanto segue :
Scrive il P.D. Eugenio Gamurrini, che a Tommaso Orsini, detto altrimente il Cavalier Maso del Marchigiano incominciò la fabbrica di questa cappella, segnata col numero 16, in onore di San Gregorio Magno; e aggiunge, che nel suo testamento, rogato per gli atti di Pietro Paolo Montanari il dì 2 Luglio 1407, dotolla di una vigna di sette pezze affinchè da essa tratto si fosse il vino per i Sacerdoti, che in quella avessero celebrato. Volle però Tommaso, che tale disposizione non avesse luogo, qualora i ministri della nostra chiesa non si fossero piegati a rilasciare i cavalli bardati, che alla sepoltura avrebbero accompagnato il suo corpo; dacchè, secondo la testimonianza di Giulio Lavorio, si restava alla Chiesa tutto ciò, che soleva adoperarsi nelle esequie di alcun cadavero.
* Se Tommaso fu detto ancora Marchegiano, conforme scrive il Gamurrini non potea derivare dalla famiglia Orsini; poichè i cavalieri assai tempo dopo hanno aggiunto al cane la Rosa. Anzi Teodoro Amideno attesta, che gli stessi per lungo spazio di tempo sono stati appellati Marchesani, non già dalla Marca, o dal Marchesato, siccome alcuni per abbaglio hanno creduto; ma da uno chiamato Marchesano, e forse da quello stesso seppellito in questa cappella, onde più innanzi faremo menzione.
..........in aggiornamento
Quindi ricapitolando in questo viaggio all'indietro alla ricerca dei miei antenati, sono emersi alcuni fatti nuovi :

  • L'antenato più antico, certo e documentato finora individuato è vissuto nella seconda metà del 1500
  • La località di provenienza più remota finora documentata è il comune di Staffolo in provincia di Ancona
  • L'antenato più antico documentato a Staffolo è Giovanni Francesco Del Marchigiano, sposo di Violante
  • Il cognome nella sua accezione più remota era Del Marchigiano e non Marchegiani
  • L'origine del cognome, è legata alla Marca d'Ancona, e molto probabilmente potrebbe indicare che il primo a portare questo cognome, al momento della nascita risiedesse fuori dalla Marca di Ancona
  • Il cognome Del Marchigiano, lo ritroviamo ancora più indietro nel tempo e più precisamente in un testamento del 1407, fatto da Maso Del Marchigiano ovvero Tommaso Del Marchigiano, cavaliere, signore del Castello di Cornazzano nel Lazio, ma non sappiamo se ci sia una correlazione con il mio antenato. Certo è testimonia l'esistenza di tale cognome fuori dalla Marca di Ancona già in epoca anteriore ovvero a cavallo tra il 1300 ed il 1400.
A tutte le considerazioni sopra espresse si aggiunga un altra scoperta casuale fatta dal sottoscritto sempre su internet, ovvero l'esistenza in Umbria e precisamente nelle vicinanze di Orvieto di una strada che viene chiamata 
"Strada dritta del Marchigiano"
Subito mi sono chiesto come mai una strada in Umbria fosse stata chiamata "Del Marchigiano".
Il toponimo Del Marchigiano, richiama subito un senso di appartenenza, di proprietà, è come se quella strada fosse stata di proprietà di un Marchigiano, o in alternativa, fosse stata costruita da un Marchigiano, o fosse stata ristrutturata da un personaggio marchigiano o che facesse di cognome Del Marchigiano, oppure potrebbe aver preso questo nome, dal fatto che lungo questa strada ci fossero diverse famiglie migrate dalla marca anconetana, o di cognome Del Marchigiano. Ho subito contattato la biblioteca comunale di Orvieto per vedere se qualcuno sapeva darmi una risposta plausibile, ma mi è stato risposto che nessuno si era mai posto il problema, nè tantomeno anche casualmente qualcuno fosse venuto a conoscenza di tale cosa. L'unica cosa che mi è stata detta, è stata che si sapeva ma nulla di certo c'era, che in una certa epoca storica, da quelle parti di Orvieto c'erano degli ufficiali esattori del Papa, ed erano sembra Marchigiani. Ma la cosa era tutta da approfondire, e che comunque loro avrebbero approfondito questa cosa. Ho provato nel frattempo a cercare in internet qualche notizia, ed al momento l'unica cosa che sono riuscito a rintracciare è stata questa, in questo sito internet http://www.orvietodeiquartieri.it/?p=244 scritta da un certo Raffaele Davanzo il 27/2/2014 :
"Da qui parte la cosiddetta Dritta (o Salita) del Marchigiano, il primo asse della rinnovata infrastruttura che, insieme alla salita del Tamburino che ne prosegue la direzione, fu un’operazione del Comune orvietano degli ultimi anni dl ‘200. La strada di Petrorio rivestiva infatti un rinnovato interesse viario conseguentemente all'espansione militare e commerciale della signoria comu¬nale verso ovest, anche in relazione al nuovo possesso delle sa¬line intorno ad Orbetello. Nel 1299 se ne stabiliva infatti la sistemazione definitiva (actetur, arenetur et silcetur et splanetur ad cordam) per il tratto compreso tra Petrorio e Sualtulo: la strada, perfettamente dritta, andava dal Ponte di Rio Chiaro al Botto delle Macine su¬per rupibus e tratti del suo lastricato sono ancora perfettamen¬te visibili. In questo comparto occidentale del territorio orvietano più prossimo alla rupe gli ordini monastici si in¬sediano fin dal VI secolo d.C.: è il caso del monastero di San Giorgio, ubicato ad Ovest fuori porta Maggiore ed ora scom¬parso, ma probabilmente localizzabile sul poggio del podere Lazzaretto."
Bene, come si può capire abbiamo diversi tasselli relativi a questo toponimo Del Marchigiano, non sappiamo se facciano parte di un unico mosaico oppure siano solo delle casualità completamente slegate l'una dalle altre. A breve inizierò anche a consultare l'Archivio di Stato di Ancona, dove ci sono documenti del comune di Staffolo del 1500, sperando intanto di  trovare qualche accenno al cognome Del Marchigiano, o qualche precisazione su Giovanni Francesco del Marchigiano.
Ovviamente la ricerca comincia a farsi complicata, ma non dispero di gettare nuova luce su questo cognome, intanto grazie ad un collaboratore, ho rintracciato sempre dall'archivio di Stato di Ancona alcuni documenti datati tra il 1600 ed il 1700 che riguardano il cognome Marchegiani nel periodo in cui alcuni appartenenti a questa famiglia risiedettero nel comune di Filottrano.
Per completezza, riporto tal quale, quanto indicato nel sito www.cognomix.it relativamente all'origine del cognome Marchegiani :
"Origine del cognome Marcheggiani"

Origine
Deriva dall'etnico marchigiano, ossia nativo delle Marche, ma vi è una seconda ipotesi che lo lega al soprannome dato agli abitanti della regione che svolgevano il mestiere di esattore delle tasse per lo Stato della Chiesa. Marchigiano prese quindi il significato dispregiativo di "imbroglione".
Il cognome Marchegiani è tipico dell'Italia centrale così come il meno diffuso Marcheggiani.
Marchegiano, decisamente più raro, è abruzzese come ancheMarchesani.
Marcheggiano, rarissimo, sembrerebbe del foggiano;Marchigiani Marchigiano, estremamente rari, sono delle Marche.
Marchesano Marchisano sono della fascia costiera della Campania mentre Marchiggiani Marchiggiano sono quasi unici.
Varianti
Da un altro sito http://www.heraldrysinstitute.com/ apprendiamo quanto segue :
Araldica della famiglia: Marchegiani
Corona nobiliare Marchegiani Antica ed illustre famiglia molisana, benché oriunda dalle Marche, detta Marchegiani o Marchesani, propagatasi, nel corso dei secoli, in diverse regioni d'Italia. L'origine di tal cognominizzazione, al dir di illustri genealogisti, d'altronde, andrebbe ricercata proprio nel toponimo "Marche", indicante proprio la provenienza dalle Marche e, precisamente, da Macerata. La famiglia, in ogni modo, nel 1614 acquistò il titolo baronale, sopra Pietrabbondante (IS). Ivi, inoltre, nella seconda meta del XVII secolo, iniziò la costruzione dell'omonimo palazzo baronale, caratterizzato da quella particolare torre, mirata a sottolineare il potere e la nobiltà della famiglia, che ancora oggi è chiamata Torre Marchesani. Il progetto.


venerdì 18 ottobre 2013

Scavo archeologico di Villa Potenza lungo la dritta dei Mori

Tipologia insediamento : Infrastruttura idrica - Acquedotto
Localizzazione specifica : Santa Maria in Selva di Treia (CTR 303050)
Nome antico del sito : Ricina
Istituto Competente : Soprintendenza per i Beni Archeologici delle Marche
Anno di scavo : Campagna 2011
Responsabile di Cantiere : Laura Casadei e Alessandro Albertini
Responsabile Scientifico : Nicoletta Frapiccini
Il rinvenimento è avvenuto nel corso dell’assistenza ai lavori di sbancamento per la costruzione della fognatura intercomunale-depuratore a Villa Potenza di Macerata, all’altezza del Km 0,800 della strada Provinciale Cingolana, nel pianoro che costeggia il fosso Monocchietta. Le indagini di scavo hanno messo in luce, per una lunghezza di 27 metri, un acquedotto romano con andamento est-ovest, che verosimilmente serviva insediamenti rustici attestati nella zona (anche nelle immediate adiacenze, cfr. scheda Macerata_Villa_rustica), gravitanti sulla città romana di Ricina, divenuta colonia nel 205 d.C. con il nome di Helvia Ricina. Sembrerebbe molto probabile che tale impianto (un altro troncone del quale è stato individuato a poca distanza, nel corso di una contemporanea campagna di scavi: cfr. scheda Macerata_Acquedotto 2), potesse essere collegato all’acquedotto della colonia stessa.  
La struttura (fig. 1), della larghezza complessiva di circa 1,20 m, è costituita da spallette in opera cementizia con paramento interno in filari di laterizi posti ad altezze variabili.
Lo specus, a sezione rettangolare e copertura in mattoni alla cappuccina, ha un’apertura di 45 x 100 cm, ed è rivestito da malta idraulica lisciata. Il condotto è protetto alla sommità da un conglomerato di malta e ciottoli che verosimilmente doveva essere a vista, come segnalano i vari rifacimenti rilevati in superficie. 
In corrispondenza del limite occidentale l’acquedotto termina e assume una differente architettura, con spallette in opera laterizia e copertura a botte, prima di immettersi, rallentando il flusso con una contropendenza del canale, in un pozzo a sezione quadrangolare profondo oltre due metri. L’afflusso dell’acqua veniva regolato attraverso una saracinesca posta di fronte all’apertura, di cui è ancora visibile l’incasso. Nella medesima direzione confluiva anche una seconda canalizzazione, con copertura di tegole poste in piano, individuata al limite occidentale dell’area indagata. Al momento non è possibile sapere se, oltre il pozzo, l’acquedotto proseguisse la sua corsa, anche perché in questo punto le strutture risultano gravemente danneggiate dal  consistente sterro di una cava di epoca contemporanea.
La tecnica costruttiva permette di assegnare la costruzione dell’impianto ad età imperiale romana.
Scavo acquedotto romano Dritta dei Mori di Villa Potenza

mercoledì 28 novembre 2012

Il castello di Monteacuto - Treia

Ruderi da una foto del 1936 scattata da Appio Appignanesi

Voglio dedicare questo post, a questo misterioso maniero che fin da piccolo ha attirato la mia attenzione, dal terrazzo della cucina di casa mia, ogni volta che mi affacciavo scrutavo in lontanza la sagoma del Monte Acuto che si staglia fino ad 820 metri sul livello del mare. Una sagoma che al tramonto ispira la figura di una donna stesa supina dormente. Ebbene sulla cima del Monte Acuto su quello che da casa mia sembra il punto più alto ma in realtà così non è in quanto quota 820 metri si raggiunge dietro all'orizzonte visibile, dicevo su quello che appare come il punto più alto visibile da casa mia, si stagliava un rudere, di forma indefinita. Ovviamente da così distante non era percepibile la forma, ne la grandezza, ma mia madre ed altre persone mi dicevano che si trattava della Roccaccia, il castello della Roccaccia, un rudere dove si nasconde nelle viscere un tesoro custodito da un serpente nero che altro non è che il demonio.
Capite bene come la mente di un bambino rimanga al contempo affascinata ed intimorita da questi racconti, da un lato tanta curiosità, dall'altro timore per quella figura indefinita che si vede in lontananza lassù sulla cima della montagna, del resto il toponimo Roccaccia è un qualcosa di dispregiativo che nulla di buono lasciava presagire.
La mia mente ha sempre fantasticato su questo maniero, su come poteva essere e come poteva essere stato nei secoli addietro. Tutto questo finchè il parroco del paese, Don Giovanni non organizzò un escursione a piedi dalla mia frazione "Grottaccia" fino alla Roccaccia, sembra una cacofonia, o un gioco di parole, ma l'assonanza c'è tutta, due luoghi vicini e lontani nello stesso tempo,due toponimi simili, due dispregiativi, due nomi affatto antichi come qualcuno potrebbe pensare, ma nomi affibbiati in epoca relativamente recente. In realtà la frazione di Grottaccia, ha assunto questo toponimo solo in epoca recente, agli inizi del 900, in quanto prima la zona era definita o meglio prendeva il nome dalla chiesetta di San Sergio, infatti il pianoro che si estende verso Ovest nelle carte napoleoniche prendeva il nome di Piana di San Sergio, mentre la parte a Nord Ovest andava sotto il nome di Case Lunghe, mentre la parte est veniva chiamata Pergola da un lato e Pian della Castagna dall'altro. La Roccaccia invece era denominata in antico Monte Acuto.
Andammo a piedi fino ai ruderi della Roccaccia, fu una gran bella giornata, camminammo tutto il giorno e rientrammo a casa nel tardo pomeriggio. Finalmente coronai il mio sogno, arrivai tra le rovine di quell'antico maniero, lo vidi da vicino, ci entrai, toccai con mano le pietre, ammirai il panorama che si godeva da lassù e riconobbi in lontananza la mia frazione ed anche casa mia piccola piccola, ecco è così che il castello mi vedeva da lassù ogni mattino, ogni giorno, ogni tramonto. Per secoli aveva vigilato sulla valle, sulla pianura marchigiana, chissà quanti uomini sono passati in quel luogo, quante battaglie, quante guerre, quali e quante storie quelle mura antiche possono raccontare.
Da quel giorno quella Rocca cadente è entrata ancor più nella mia mente, mi chiedevo chissà dove sono i documenti, le storie vissute, chissà se conoscerò mai il nome di chi la abitò e la costruì, chissà se conoscerò mai la sua fine, chissà........
Piano piano col passare degli anni, crescendo, la mia passione per l'archeologia è cresciuta, per la storia anche, i destini si incrociano, e piano piano si fanno conoscenze e scoperte che anni prima nemmeno pensavamo di fare e quel maniero misterioso, affascinante, inquietante rimane presente nella mia vita. Arriva il momento di partire per il servizio militare e come spesso facevo d'estate inforco la mia moto da cross, un SWM 50 e salgo fin lassù, spengo la moto e come faccio sempre, mi incammino a piedi, silenzioso, ammiro quei muri e mi domando chissà quanto ancora rimarranno in piedi a testimoniare un passato a me sconosciuto, si ode solo il canto delle cicale sotto il sole cocente, una terra arida, un luogo imponente, ma che d'inverno è battuto dal vento e reso invivibile dalla pioggia, dal freddo e dalla neve, mentre d'estate siccità, calore, e serpenti non lo rendono certo confortevole, chissà come vivevano secoli fa gli uomini in quel luogo inaccessibile. A volte mi sedevo sul ciglio del fossato chiedendomi se lo avessero riempito di acqua e se c'era un ponte levatoio come nei castelli che si vedono nei film, ma nessuno che rispondeva alle mie domande. Un giorno decisi di provare a vedere cosa si celasse sotto la terra intorno al castello e cominciai a scavare con un piccolo zappetto, scavai scavai finchè non apparve una stanza in muratura crollata, una stanza di una serie di ambienti forse sotterranei collegati tra loro da una porta, al suo interno tegole, frammenti di vasellame, qualche elemento in ferro tra cui una fibbia di un sandalo, alcune ossa, pezzi di vetro colorato, dei pesi da telaio metallici, ed un manico di pugnale stile basilarda in ferro tremendamente corroso tanto che oggi ne rimane solo una foto essendo irrecuperabile tanta era la corrosione che lo rendeva irriconoscibile.
Partito militare, sospesi le mie ricerche, terminato il servizio di leva iniziai a lavorare in quel di Treia dove divenni anche Presidente Archeoclub della locale sezione di Treia. Qui iniziai a seguire le vicende del patrimonio culturale locale e tra letante cose anche la storia dell'antico castello. Infatti finalmente scoprii, scritti e pubblicazioni che parlavano della Roccaccia, e finalmente questa Rocca cominciò ad assumere contorni più definiti. Qui tenterò di riassumere la storia per quanto possibile del Castello di Monteacuto altresì detto La Roccaccia.
A circa 740 mt s.l.m., nel comune di San Severino Marche, ai confini con Treia e Cingoli, il Castello di Monteacuto, oggi identificato col toponimo de "La Roccaccia", si pone all'estremità del crinale di una formazione montuosaa a Nord-Est della cima omonima, tra la profonda valle del torrente Rudielle e quella del Rio Torbido.L'intero complesso si trova oggi allo stato di rudere con poche strutture in elevato ancora visibili, numerosi interramenti dovuti ai materiali di crollo ed una sovrapposta vegetazione che negli anni ha saturato il versante Nord - Ovest.
L'analisi architettonica risulterà ovviamente lacunosa per la citata situazione di degrado, per l'assenza di rilievi metrici diretti e per l'esiguità del materiale cartografico e documentario; a tal proposito è doveroso ricordare che nel 1876  il Servanzi Collio affermava di essere in possesso di piante e prospetti dei ruderi, documentazione questa, al momento irreperibile.

Le strutture murarie ricalcano l'orientamento del crinale e la composizione risulta caratterizzata da uno schema ortogonale tranne nell'estremità Nord-Est dove compaiono strutture poligonali diversamente orientate. All'estremo opposto si collocano le strutture in "migliore" stato di conservazione: una torre ed i resti di una muratura angolare in prossimità di un profondo fossato che rappresenta il limite del castello verso questo lato.
fossato visto di lato

Il fossato, scavato nella viva roccia: un calcare bianco utilizzato anche per la costruzione, presenta pareti di notevole altezza ed è in parte occupato da materiale di crollo.
La torre è la struttura in elevato di maggiore interesse tra quelle superstiti, ha pianta quadrangolare, con murature di notevole spessore costituite esternamente da grossi conci di calcare squadrato e da un conglomerato di pietrame più minuto ed irregolare all'interno.
la torre principale da una foto del 1936 (Appignanesi Appio)

Sono attualmente individuabili due livelli interni, separati da una volta a botte di cui rimane una evidente traccia sulle murature interne; il passaggio di piano è rimarcato anche dal rastremarsi della muratura, che come è tipico in queste strutture, si va alleggerendo con l'aumentare dei livelli. Viste le esigue dimensioni ad ogni piano corrispondeva un unico vano, collegato verticalmente agli altri mediante botole ricavate nei solai e scale in legno.
feritoia all'interno della torre principale

In entrambi i livelli si apre si apre una feritoia sul lato rivolto a Sud-Est, quella inferiore presenta all'esterno un'accurata soluzione formale ottenuta mediante lo smusso a 45 gradi degli angoli nei due conci verticali ed in quello sommitale. Le feritoie sono disposte su due diversi livelli di tiro: la prima, poco sopra l'attuale piano di calpestio, era predisposta per il tiro con l'arco (quindi arciera). L'altra, superiore di alcuni metri, spostata a sinistra rispetto all'asse di quella inferiore è stata adattata (presumibilmente nel trecento) per il tiro con l'archibugio.

particolare della feritoia

Non è rimasta traccia dell'ingresso, se non lo spigolo SE sul punto di crollare anche questo, privo del paramento in conci squadrati, probabilmente posizionato ad un livello superiore delle attuali murature, nè di altre aperture verso l'esterno ed in particolare verso il fossato, c'è da notare infatti che le due uniche feritoie si affacciano all'interno di un quadrilatero di alte mura, di cui la torre occupa un angolo.

a sinistra la torre principale

L'altra importante muratura è infatti un residuo angolare di questa struttura originariamente connessa alla torre, fatto, questo, denunciato dal degrado dello spigolo della torre al di sotto dell'altezza della muratura d'angolo, corrispondente all'incirca al livello della seconda feritoia.
seconda struttura

Il degrado è assoluto e irreversibile. E' una struttura destinata a scomparire davanti all'incedere del tempo ed all'incuria. Una ventina di anni fà alcuni scout rinvennero nelle vicinanze della Roccaccia un elmo arrugginito (o ritenuto tale). Si pensò ad un elmo di un soldato che presidiava La Roccaccia, ma ad una analisi dell'oplologo Mauro autore dell'Emciclopedia dei Castelli, molti dubbi sono stati sollevati, suggerendo più un elmo forse di un paracadutista tedesco della II Guerra Mondiale.

Ricostruzione planimetria a cura dell'Arch. G. Trivellini

Ricostruzione planimetria a cura dell'Arch. G. Trivellini
Sull'origine di questo castello oggi chiamato con disprezzo "La Roccaccia" poco o nulla sappiamo se non che esso probabilmente sorse sulla scia del grande esodo causato dalle invasioni barbariche nel Piceno, fuga che portò gradualmente le principali città romane della zona a spopolarsi in favore di luoghi più sicuri e facilmente difendibili come le vicine montagne. Sicuramente la sua fortificazione ed erezione a castro vero e proprio ebbe consacrazione durante la guerra fra bizantini e longobardi essendo quei luoghi fortemente interessati dal corridoio bizantino.

La valle del Rio Lacque che il castello ancora sovrasta, quasi a guardia dell'ingresso di questa sorta di Gran Canyon, era già dal tempo dei popoli italici importante via di comunicazione, una scorciatoia che da Ancona per Auximum (Osimo) portava a Septempeda (San Severino Marche). L'importanza di questa via  durante la guerra greco-gotica aumentò considerevolmente come è testimoniato dai fortilizi medievali presenti lungo di essa, la maggior parte dei quali oggi scomparsi (Monte Acuto, Castellano, Lavenano, Civitella, Serralta, San Lorenzo, Aliforni etc). La toponomastica in tal senso ci dà ulteriore conferma, infatti lungo questa valle troviamo una messe di attestazioni che confermano sia la presenza bizantina che quella longobarda (chiesa di Sant'Apollinare a Monte, di San Sergio, di San Michele Arcangelo).
Chiesetta di S. Apollinare a Monte

La Rocca di Monte Acuto quindi fu fin dall'inizio un fortilizio a difesa e controllo dell'imbocco della cosiddetta Valle del Rio Lacque, quell'arteria cioè che, partendo da Grottaccia, si insinua fra i monti costeggiando il torrente Rio Lacque in direzione San Severino Marche; tale funzione fu mantenuta anche dopo la guerra goto-bizantina, fino a diventare autentico baluardo di confine tra i comuni di San Severino Marche, Montecchio (oggi Treia) e Cingoli. Le notizie più antiche le troviamo nello Statuto di Cingoli del 1325. Da una pergamena conservata nell'archivio dell'Accademia Georgica, dell'8 febbraio 1157, apprendiamo della vendita del Castello di Monteacuto ai Consoli di Montecchio da parte di Albrico e dei suoi nipoti. Nel dicembre del 1191, Anselmo di Matteo, che nel frattempo ne era divenuto il proprietario, restituì ai Consoli di Montecchio il castello. Nel 1254 il Comune di Montecchio acquistò da Domenico di Albrico e dai suoi nipoti la selva situata intorno al castello di San Lorenzo ed il territorio "Montanae Montis Acuti posit in curia districtus Castri Monticuli".

Nelle riformanze di Treia del 1457 si dice che al castello erano annessi due monasteri femminili presso cui si ricoveravano malati di ambo i sessi che non potevano essere curati all'interno della città. Oggi di detti Monasteri rimane solo una chiesetta alle falde del Monte Acuto detta Santa Maria dell'Ospedale.
Lato posteriore chiesetta Santa Maria dell'Ospedale

Lato nord/ovest chiesetta Santa Maria dell'Ospedale

Numerose sono le leggende che aleggiano su questo Castello o Rocca, come la tessitrice misteriosa che tesse nei sotterranei del castello con un telaio d'oro, oppure della gallina dalle uova d'oro, o del serpente (messo dal demonio) a guardia del tesoro nascosto nelle segrete del castello. Una probabile motivazione a tante fantasticherie spesso legate alla presenza demoniaca, la si potrebbe ricercare nel fatto che il Signore del Castello, tale Grimaldo di Aureliano, fu uno dei più irriducibili e potenti avversari di Montecchio, un vero e proprio Signore della guerra, al punto che mise per anni a ferro e fuoco il territorio del contado montecchiese, a capo di una vera e propria banda armata. Di notte usciva dal maniero, scendendo verso la valle del fiume Potenza attraversando con i suoi mercenari le campagne circostanti, razziando cascine, mulini fortificati, incendiando, passando a fil di spada chiunque gli si opponesse, sequestrando donne e uomini che rinchiudeva nelle stanze del maniero finchè la comunitànon pagava adeguato riscatto, e nonostante ciò non sempre i poveretti uscivano vivi dalla prigionia come attestato in una pergamena del 1191 conservata nell'accademia Georgica di Treia che più avanti riporterò tradotta, una querela fatta dai Consoli di Montecchio all'allora rettore della Marca Gottibaldo contro Grimaldo di Aureliano e suo nipote, accusati di scorrerie e brutalità di ogni genere a capo di una compagnia militarmente organizzata.........."Collectis militibus, peditibus et sagittariis"..... la quale precedeva una successiva gerarchia inferiore oltre a Grimaldo e nipoti.
Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, questo ribaldo non fu imprigionato e fatto marcire nelle segrete di Montecchio, ma anzi, col tempo, finì anch'egli per incastellarsi in Montecchio arrivando perfino a ricoprire cariche pubbliche.
Il toponimo dispregiativo "La Roccaccia", che certamente ha origine più recente rispetto al castello, è sicuramente attribuibile a due motivi principali, primo dei quali l'inospitalità del luogo arido e assolato d'estate, e gelido, ventoso, umido d'inverno, difficile da raggiungere ed espugnare, ed in secondo luogo per l'alone di mistero e terrore che ha sempre infuso nelle popolazioni antiche per i motivi anzidetti.
Nulla sappiamo purtroppo sulla fine del castello che certamente non fu affatto una torre faro come qualcuno avrebbe voluto sostenere, ma più approfondite ricerche potrebbero riservare ancora qualche sorpresa.

Pergamena del 1191 (querela fatta al Rettore della Marca)

In nomine Patris, & Filii, & Spiritus Sancti Amen. Ego Ugolinus, Moricus, Albricus, Circo Consules Monticuli nomine nostrae Communitatis conquerimur Deo, & vobis D. Gorobaldo Dei gratia Marchioni Anconitano de Grimaldo, & de nepote, qui vi, & armata manu arcem Montis Acuti, & totum castrum invaserunt, & custodes nostros inde dejecerunt, & valentia M Librarum Lucens, inde abstulerunt, qui licet nobis possessionem arcae restituissent, penam tamen invasionis perimus, & penam rerum ablatarum, quae estimatae funt in M libras .... cum estimatione, & cum possessionem aberemus. Alia vice nobis deastulerunt arcam, & castrum, & custodes nostros iterum defecerunt, & quosdam fortit. vulneraverunt, & res quasd. valentes C libras Lucens. inde astulerunt, cujus arcis restitutio antequam agatur, de proprietate petimus restitutionem, & rerum ablatarum petimus penam quatruplici cum estimatione earundem. Item conquerimur adversus eos quod equitaverunt in villis nostris, & boves, & asinos, & pecodes, & jumenta, & alia animalia rapuerunt, & tres homines ceperunt quorum unum vincolis interimerunt, alios duos nullatenus dimiserunt, nisi quando pecunia sua se redimerit, quam pecuniam ...... reperimus. Eadem die iterum equitaverunt similiter in villis nostris, & tres homines vulneraverunt, quorum unum interfecerunt, duos alios semivivos reliquerunt, & tria molendina combusserunt. Alia vice in villis nostris equitaverunt, & cassinos nobis cum omnibus supellectilibus & masseritiis in praedictis domibus combusserunt, & homines, & equos fortiter vulneraverunt. Item alia vice noviter equitaverunt & unum hominem vulneraverunt, & XX cassinas cum masseritiis, & alia vice domos nobis combusserunt cum massaritiis in villa Collis. Item alia vice equitaverunt in ead. villa, & XX domos nobis combusserunt cum massaritiis, & alia vice in Villa Antiqui X cassinas nobis combusserunt, & duabus vicibus in Villa S Jervasii XXXX cassinas cum massaritiis nobis combusserunt, & alia vice in Villa Luciliani destruxerunt XXXX domos, & quasdam combusserunt, & quasdam ...... ceperunt, & alia vice in Villa Vallis XX cassinas combusserunt cum massaritiis, & fere omnes vineas, & arbores ejusdem nostrae villae videlicet Luciliani, vallis intercedere, & incidi fecerunt cum propriis arboribus quedam portari ceperunt. Preterea militibus, & peditibus collectis impetum in quoddam nostrum castrum fecerunt videlicet Vallis Campane, & illud acriter expugnaverunt, & hominem ibi fortiter vulneraverunt, & sagittas, & lapides intra projicerunt, & quandam portam Castri fregerunt. Item collectis militibus, & peditibus in Villa Mollis equitaverunt, & quosdam campos devastaverunt plenos grano, ordeo, & fabe, & lino, & portari fecerunt. Item ceperunt quendam nostrum Castellanum, & in vinculis eum detinuerunt. Preterea una die collectis C militibus, peditibus, & sagittariis nobis equitaverunt, & duo ....... astulerunt. Et alia vice in villa S Damiani equitaverunt, & unam vaccam astulerunt, & quemdam nostrum Castellanum cum sagitta acriter vulneraverunt. Et alia vice in planum Aquevive nobis equitaverunt, & IIII boves astulerunt, & hominem quendam nostrum vulneraverunt. Item abstulerunt nobis unam vaccam in Villa S. Damiani, & alia vice interfecerunt nobis unam asinam ad allolmeta, & clamidem, & ensem Domino asinae abstulerunt. Idem duabus vicibus iverunt ad molendina in Potentia posita, & ibi mulieres quasdam ceperunt, & eas victas fecum usque ad castrum S. Laurentii oneratas duxerunt farina, & eas denudatas......... & molendina fregere, & alia vice fregere macinas, & frangere fecerunt, & frammenta portari fecerunt, & quendam nostrum militem alia vice in strata publica ceperunt, & acriter eum vulneraverunt, & equum, & arma, & vestes astulerunt, & vinctum eum duxerunt, & tandiu in vinculis eum detinuerunt donech XXXII libras lucens. ab eo extraxerunt, & alia vice ceperunt Ambrosinum, & asinam, & vestes astulerunt, & tandiu eum in vinculis detinuerunt donech ab VIIII Libras extraxerunt. Etiam alia vice ceperunt filium Juvenaccionis Gisii, & fratrem ejus & vestem, & ensem astulerunt, & tandiu eos in vinculis detinuerunt donec VIII Libras Lucens. extraxerunt ab eis. Quendam alium nostrum Castellanum ceperunt, & tandiu eum in vinculis detinuerunt donech ab eo XXV Sol. Lucens. extraxerunt. Preterea in predictis locis CC palearia comburi fecerunt, & alia vice nobis equitaverunt in Plano Aquevivae, & predicta abstulerunt valentia fere ultra C libras lucens. Item in Castro domos quasdam comburi fecerunt cum mobilibus, & immobilibus, & semoventibus C libras lucens. valent. Preterea ...... factu devastaverunt, & devastare fecerunt quam, plures vineas, & arbores, & seictes portaverunt, & .........nostro Castellano ..... duos saumas ordei abstulerunt &c.”
Traduzione a cura di Luca Pernici

Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, Amen.
Io Ugolino, Morico, Albrico, Circo, consoli di Montecchio, a nome della nostra Comunità, ci lamentiamo con Dio e con Voi, Gorobaldo, per Grazia di Dio rettore della Marchia Anconetana, di Grimaldo e del nipote di questi, i quali con la forza e con mano armata hanno invaso la rocca di Monte Acuto, scacciandone i nostri custodi e ricavandone un lucente bottino di mille Libre; 
chiediamo dunque la restituzione da parte di essi della rocca e delle nostre proprietà, e per quanto distrutto e rapinato pretendiamo un risarcimento pari a quattro volte.
Inoltre ci lamentiamo contro essi per le rapine che fecero una volta, cavalcando per i nostri villaggi, di buoi, asini, ovini, giumenti e altri animali; e ancora, in altra occasione, per il rapimento di tre uomini, dei quali uno lasciarono morire in catene, mentre gli atri lasciarono andare solo dietro compenso in denaro, che noi procurammo; e ancora, tornando a cavalcare nelle nostre valli, per l’uccisione di un uomo e il ferimento grave di altri due, nonché per l’incendio di tre mulini; e ancora, ulteriormente, per l’aver dato alle fiamme alcuni nostri casini con tutte le suppellettili e masserizie, ferendo gravemente uomini e cavalli;e di nuovo, in altra scorreria a cavallo, per aver bruciato ben una ventina di casini e una nostra dimora nella Villa del Colle; e quindi, in una successiva occassione, per aver dato alle fiamme nella medesima Villa del Colle altri casini, e dieci casini nella Villa Antica, e ben quaranta, con relative masserizie, in Villa S.Gervasio, e per la distruzione di altrettante abitazioni in Villa Luciliano; di nuovo, quindi, per l’incendio di venti casini nella Villa della Valle e per la distruzione di tutte le nostre vigne e alboreti nella villa di Luciliano; ancora per aver, con cavalieri e soldati, assaltato un nostro castello nella valle di Campana, con violenza espugnandolo, abbattendone la porta e ferendo con frecce e getti di pietre i custodi e gli abitanti; parimenti, con una milizia di cavalieri e soldati, per aver devastato campi pieni di grano, di orzo, di fava e di lino nella Villa di Moie; e per aver rapito un nostro castellano, relegandolo in catene; e, ancora, per le incursioni e le rapine di cose e animali e il ferimento e l’uccisione di uomini nella Villa di S.Damiano; così pure per la razzia di quattro bovi nella piana di Acquaviva; e, ancora, per l’avere, in un molino presso l’abitato di Potenza, rapito alcune donne che, legate e denudate, portarono come merci, insieme ai sacchi di farina, al castello di S.Lorenzo; e quindi per aver rapito il filgio di Giovenaccione di Gisio e il di lui fratello a lungo tenendoli in catene fino a che estolsero loro ben 8 libre lucenti; e così ancora per le innumerevoli razzie e devastazioni e uccisioni ecc… che fecero nelle nostre terre.

Nella metà degli anni 80 fu rinvenuto un manufatto in ferro, molto corroso, ormai irriconoscibile, a prima vista sembrava una maniglia di una porta, ma non convinceva del tutto, alla sua estremità inferiore aveva due minuscole alette, alla sua estremità superiore aveva altre due alette più grandi. Al centro delle due alette più piccole, aveva un forellino così come al centro delle due alette più grandi. Inoltre uno dei due lati era concavo. Molto corroso comunque l'oggetto ad un profano era di difficile identificazione. Era stato rinvenuto tra le pietre di crollo di una delle stanze ad est del mastio. Mostrato l'oggetto all'Avv. Mauro autore dell'enciclopedia dei castelli nella quale io avevo curato la parte storica proprio della scheda relativa al Castello di Monte Acuto, egli non ebbe esitazione a dire che l'oggetto altro non era che il manico di un "baselardo". 
L'oggetto era identico a questo senza lama però

esempi di baselardo
Il baselardo è un arma bianca corta, daga con impugnatura a forma di doppio T. Due bracci sono presenti tanto all'elso che al pomo e il loro andamento è il più vario: in Italia compaiono generalmente diritti ed eguali. La lama si presenta a due  fili e punta, irrobustita da costolatura centrale. Il termine "basillarde" o "baselarde",o "basilarde" è contemporaneo alla comparsa dell'arma. Il termine si suppone derivi dalla città di Basilea. L'arco temporale di diffusione di questa arma è da collocare dal 1300 al 1500 circa. Chissà il nostro coltellaccio chiamiamolo così per rimanere nei termini dispregiativi di cui è piena la Roccaccia, a chi è appartenuto, forse a quel manigoldo di Grimaldo? O forse ad uno dei suoi mercenari? O invece a suo nonno Gezeramo? Difficile da dirsi e alquanto improbabile visto che Grimaldo di Aureliano nipote di Gezeramo visse intorno alla fine del 1100 epoca in cui forse il basilardo ancora non esisteva. Di certo il fatto che l'impugnatura del basilardo fosse da un lato concava sta ad indicare che essa avesse l'anima in altro materiale. L'Avv Mauro disse che nei casi di armi appartenenti a signorotti essa aveva l'anima in avorio, mentre nei casi di soldataglie, l'anima era in osso o in legno, materiale organico più facilmente deperibile.
Anche vari frammenti di cocci furono raccolti mischiati ai conci di crollo, ed alcuni rimessi insieme fino a formare l'antico vaso medievale molto rozzo possiamo dire. Vaso la cui datazione non era certo facile, e la cui forma era molto spartana


Il presente post è in continuo aggiornamento.....................